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trio

Un ultimo bicchiere


di CompliceDiscreto88
18.08.2026    |    522    |    1 9.5
"Ogni volta che lei sembrava sul punto di aprire gli occhi diceva soltanto: «Aspetta..."
** Questo racconto continua da: "Ho notato prima lei. Poi loro" **



Li seguii con la mia macchina.

I quindici minuti promessi da Andrea diventarono quasi venti. Abbastanza perché durante il tragitto riuscissi almeno tre volte a convincermi che stavo attribuendo a quell’invito un significato che forse non aveva.

Continuare a bere qualcosa. Aveva detto soltanto quello.

Nient’altro.

Il problema era che continuavo a ripensare a Chiara nel locale, agli sguardi, alla sua mano sulla coscia di Andrea e soprattutto a quel loro modo di comunicare senza bisogno di spiegarsi tutto. Avevano fantasticato sulla possibilità di conoscere qualcuno, ma non sapevano cosa avrebbero fatto davvero se fosse successo.

Adesso quel qualcuno li stava seguendo fino a casa.

Quando parcheggiai erano già scesi dall’auto. Chiara mi aspettò sul marciapiede mentre Andrea cercava le chiavi. «Visto? Non siamo scappati.»

«Stavo cominciando a sospettarlo.»

«Lui invece guida malissimo.»

Andrea si voltò. «Puoi sempre tornare a casa.»

Chiara gli prese il braccio. «Non provocarlo, che magari lo fa davvero.»

Era ancora quello il loro modo di stare insieme: battute, piccoli colpi, nessuna necessità di impressionarmi. E proprio davanti alla porta di casa loro quella normalità mi metteva più agitazione di qualsiasi provocazione.

Entrai dietro Andrea. Il soggiorno era normale, vissuto. Una coperta sul divano, qualche scarpa vicino a una parete, fotografie su una mensola. Nessuna luce studiata, nessuna musica pronta, niente che facesse pensare a una serata preparata.

In una foto c’erano loro due davanti al mare. In un’altra Chiara rideva mentre Andrea cercava evidentemente di sottrarsi all’obiettivo.

Fu allora che percepii davvero dove mi trovavo.

Non ero in una stanza d’albergo con due sconosciuti.

Ero entrato nella loro casa.

«Accomodati» disse Chiara togliendosi le scarpe. «Vado un attimo di là. Andrea, comportati bene.»

«Non prometto niente.»

Lei sparì lungo il corridoio.

Rimanemmo soli.

Era la prima volta da quando mi ero avvicinato al loro tavolo che io e Andrea ci trovavamo senza Chiara davanti.

Lui prese la bottiglia, versò due bicchieri e mi guardò. «Posso chiederti una cosa?»

«Certo.»

«Prima, al locale...quando guardavi Chiara, ogni tanto guardavi anche me.»

Non capii immediatamente se fosse una domanda.

«Volevo capire se ti dava fastidio.»

Andrea annuì lentamente e mi porse il bicchiere.

«E adesso?»

Lo guardai. «Adesso cosa?»

Sentii dei passi nel corridoio prima che potesse rispondere.

Chiara tornò in soggiorno. «Avete già iniziato senza di me?»

Andrea non staccò subito gli occhi dai miei. «Stavamo parlando.»

«Questa risposta non mi tranquillizza per niente.»

Si sedette sul divano. Andrea versò anche per lei e alzò il bicchiere. «All’esperimento scientifico.»

Chiara lo fulminò con lo sguardo. «Se continui a chiamarlo così, tra cinque minuti prende la porta.»

«Non credo.»

«Come fai a saperlo?»

Andrea mi guardò di nuovo. «È ancora qui.»

Aveva ragione.

Per qualche minuto tornammo quasi alla conversazione del locale. Avremmo potuto sembrare tre amici che avevano semplicemente deciso di continuare la serata a casa.

Quasi.

Chiara si era sistemata sul divano con una gamba ripiegata sotto l’altra. Senza le luci del locale il suo vestito sembrava ancora più semplice, ma ormai sapevo che sotto quel tessuto non portava il reggiseno e ogni tanto mi sorprendevo a tornare con gli occhi sul suo seno.

Una volta alzai lo sguardo e trovai Andrea che mi osservava.

Mi bloccai.

Lui portò il bicchiere alle labbra. «Tranquillo.»

Chiara guardò prima lui e poi me. «Cosa mi sono persa?»

«Niente» rispondemmo quasi insieme.

Lei socchiuse gli occhi. «Bene. Avete già dei segreti.»

Andrea rise e io con lui, ma la domanda fatta poco prima continuava a tornarmi in testa.

*E adesso?*

Non sapevo ancora esattamente cosa avesse voluto chiedermi.

La conversazione andò avanti finché Andrea, alzandosi per prendere dell’acqua, fece una smorfia e si portò una mano alla spalla.

«Età» disse Chiara.

«Parla quella giovane.»

«Io almeno non mi alzo dal divano facendo rumore.»

Andrea le fece una faccia e si massaggiò tra collo e spalla. «È da due settimane che ho questa contrattura. Troppo computer.»

«Probabilmente trapezio.» dissi.

Mi guardò. «Adesso fai anche diagnosi?»

«No, ma ho fatto qualche corso di massaggio.»

Chiara alzò immediatamente la testa. «Aspetta. Qualche corso quanto?»

Quell’unica parola mi fece già pentire di averlo detto.

«Abbastanza da sapere dove mettere le mani senza fare danni.»

Andrea tornò verso il divano. «Non dovevi dirglielo.»

«Perché?»

«Adesso sei finito.»

Chiara gli tirò un cuscino. «Sei tu quello con la schiena distrutta.»

«Sì, ma conosco come funzionano queste cose. Fra cinque minuti toccherà a te.»

«Non mi sembra una tragedia.»

Per un istante nessuno rispose.

Poi Andrea sorrise. «Visto?»

Chiara si portò entrambe le mani dietro la nuca. «Comunque io ho davvero il collo a pezzi.»

«Probabilmente fai quello che fanno tutti. Quando senti tensione schiacci direttamente dove fa male.»

«Esatto.»

«E spesso peggiori.»

Andrea la indicò. «Hai sentito? Sono anni che glielo dico.»

«Tu mi pianti due pollici nel collo come se stessi cercando di uccidermi.»

«Perché non stai mai ferma.»

Li guardai battibeccare per qualche secondo. Poi Andrea si voltò verso di me. «Allora fammi vedere.»

«Cosa?»

Indicò Chiara. «Come si fa.»

Lei lo guardò. «A me?»

«Hai appena detto che hai male.»

«Sì, ma pensavo che...»

Si fermò.

Andrea sorrise. «Che cosa pensavi?»

«Niente.»

Per la prima volta da quando li avevo conosciuti vidi Chiara leggermente in difficoltà. Mi piacque, non perché fosse imbarazzata, ma perché fino a quel momento era sempre stata lei a lasciare le frasi a metà e aspettare che fossimo noi a interpretarle.

«Non devo fare niente a te» dissi. «Gli faccio vedere.»

Guardai Andrea. «Dammi la mano.»

Gli mostrai rapidamente il movimento, correggendo l’angolo e la pressione. «Meno dita, più superficie. Non devi schiacciare. Devi accompagnare.»

Andrea provò sul proprio avambraccio. Lo corressi una volta, poi lui si alzò e si mise dietro Chiara. «Vediamo se il professore ha ragione.»

Chiara raccolse i capelli e li spostò davanti a una spalla.

La nuca rimase scoperta.

Andrea appoggiò le mani sulle sue spalle e provò. Lei fece subito una smorfia. «No.»

«No cosa?»

«Non lo stai facendo come lui.»

«Lui non ti ha neanche toccata.»

«Appunto, e già mi sembra più bravo.»

Andrea scosse la testa. «Ingrata.»

Risi. «Stai usando ancora troppo le dita.»

«Allora vieni qui.»

Mi alzai e feci il giro del divano. Fino a quel momento avevo osservato Chiara attraverso un tavolo o dall’altra parte del soggiorno. Adesso vedevo la pelle della sua nuca a pochi centimetri.

Corressi il polso di Andrea. «Meno forza. Parti da qui e accompagni verso fuori.»

Riprovò.

Chiara lasciò scendere lentamente le spalle. «Quello.»

Andrea sorrise soddisfatto. «Visto?»

«Non montarti la testa. Hai l’assistente.»

Lui guardò me. «Professore? Adesso fallo tu, così capisco la differenza.»

Ci fu un piccolo silenzio.

Guardai Chiara. Lei girò appena il viso abbastanza da vedermi.

Io non mi mossi.

«Va bene?»

Annuì.

Appoggiai le mani sulle sue spalle. La pelle era calda, più di quanto mi aspettassi. Al primo contatto sentii il suo corpo irrigidirsi appena, quasi per riflesso, poi cedere lentamente sotto le mie mani.

Per un istante mi tornò in mente il locale. Il vestito, il modo in cui avevo cercato di non guardarla troppo apertamente e il fatto che, adesso, quel tessuto cominciava esattamente dove finivano le mie dita.

Andrea era ancora accanto a me.

Ed era proprio quello a rendere quel contatto diverso da come lo avevo immaginato.

Non eravamo io e lei mentre lui guardava da lontano.

Era ancora lì.

Dentro la situazione.

Cominciai lentamente, restando sulla parte alta delle spalle e del collo. Dopo pochi movimenti sentii la tensione diminuire sotto le mani. Chiara lasciò andare leggermente la testa in avanti e il suo respiro divenne più lento.

«Sì...» disse piano. «Così è diverso.»

Andrea non rispose subito.

Alzai gli occhi pensando che stesse osservando quello che facevo.

Mi sbagliavo.

Non guardava le mie mani.

Guardava lei.

Il collo scoperto, gli occhi chiusi, le spalle che si rilassavano sotto il tocco di un altro uomo. Ogni volta che rallentavo, il respiro di Chiara sembrava seguirne il ritmo.

E più osservavo Andrea, più capivo che non gli interessava il massaggio.

Gli interessava vedere lei reagire.

Per qualche secondo sembrò essersi dimenticato completamente di me.

Poi tornò con gli occhi sulle mie mani. «Fammi vedere ancora.»

Mi spostai appena e Andrea mise le proprie mani accanto alle mie. «Qui?»

«Sì. Seguimi.»

Per qualche minuto lavorammo insieme: io da una parte, lui dall’altra, stessi movimenti e stesso ritmo, Chiara in mezzo. All’inizio lo correggevo ancora, poi sempre meno.

A un certo punto Andrea disse: «No. Aspetta.»

Mi fermai immediatamente, convinto di aver fatto qualcosa che non andava.

Lui però non stava guardando me.

Guardava Chiara.

Aveva inclinato appena la testa da un lato e teneva le labbra leggermente socchiuse. Andrea aspettò qualche secondo, poi riprese con una pressione più lenta.

Chiara lasciò uscire un respiro lungo.

Lui mi guardò.

«Hai visto?»

Annuii.

In quel momento capii che avevo sbagliato prospettiva.

Io conoscevo i movimenti.

Andrea conosceva lei.

Riprendemmo.

Da quel momento iniziai a osservare anche lui. Non imitava più semplicemente ciò che facevo: aspettava le reazioni di Chiara. Se irrigidiva appena le spalle rallentava. Se lasciava andare la testa, continuava.

E più la osservava, più sembrava cambiare qualcosa nel suo modo di starle vicino.

Quando le nostre mani arrivarono contemporaneamente alla base del collo e si sfiorarono, istintivamente stavo per ritrarre la mia.

Andrea invece rimase dov’era.

Mi guardò e spostò lentamente la propria mano di qualche centimetro, lasciandomi spazio.

Chiara aprì gli occhi, guardò prima lui, poi me, e sorrise.

Fu Andrea a rompere il silenzio.

«Chiudi gli occhi.»

Lei lo guardò.

Pensai che avrebbe fatto una delle sue battute.

Non lo fece.

Chiuse gli occhi.

Andrea sollevò appena una mano verso di me.

Aspetta.

Mi fermai e anche lui tolse le mani dalle spalle di Chiara.

Per qualche secondo nessuno la toccò.

Poi vidi le sue mani, ferme sulle gambe, stringere appena il tessuto del vestito.

Aspettava.

Cinque secondi possono essere lunghissimi quando ti aspetti qualcosa che non arriva.

Lei inspirò lentamente e aprì appena le labbra, ma Andrea parlò prima.

«No. Tienili chiusi.»

Questa volta il tono era diverso.

Non duro.

Deciso.

Vidi qualcosa cambiare sul volto di Chiara. Solo un poco. Le dita strinsero ancora appena il tessuto, poi si rilassarono.

Gli occhi rimasero chiusi.

Mi voltai verso Andrea.

Non sorrideva più.

E la cosa più strana era che sembrava sorpreso quanto me.

Aveva detto una cosa semplice.

Lei l’aveva fatta.

E qualcosa, in entrambi, aveva reagito.

Andrea mi fece cenno di riprendere. Appoggiai lentamente una mano sulla spalla destra di Chiara. Lei inspirò più profondamente. Andrea aspettò qualche secondo prima di toccarla dall’altro lato.

Questa volta capii cosa stava facendo.

Non era più il massaggio.

Era l’attesa.

Chiara non poteva sapere quale dei due l’avrebbe toccata per primo, quando ci saremmo fermati o quanto sarebbe durata una pausa. Andrea aveva iniziato a usare proprio quello.

Ogni volta che lei sembrava sul punto di aprire gli occhi diceva soltanto: «Aspetta.»

E lei aspettava.

A un certo punto stavo per riprendere il movimento quando Andrea mi fermò con lo sguardo.

Aspettai.

Chiara mosse appena la testa, come se cercasse di capire dove fossimo. Le sue dita tornarono a stringere per un attimo il vestito.

Andrea attese ancora.

Poi mi disse piano: «Adesso.»

Obbedii quasi automaticamente.

Fu allora che me ne accorsi.

Non ero più io a guidare.

Andrea lo aveva fatto senza che nessuno dei tre decidesse realmente quando.

Continuammo ancora per qualche minuto, finché lui mi guardò.

«Più piano.»

Rallentai.

Chiara inspirò e lasciò ricadere completamente la testa contro lo schienale.

Andrea sorrise appena.

Poi:

«Fermati.»

Mi fermai.

Anche lui tolse le mani.

Questa volta l’attesa durò molto più a lungo.

Chiara rimase immobile, ma ormai non aveva più il respiro di una persona che si stava semplicemente rilassando. Il respiro le si era fatto più profondo, le dita stringevano appena il tessuto del vestito sulle cosce e ogni secondo senza contatto sembrava aumentarle la sensibilità.

Quando tornai a sfiorarle il collo, la pelle era calda sotto il palmo. Sentii un piccolo brivido passarle sulle spalle e il suo respiro spezzarsi appena, come se avesse aspettato proprio quel momento senza sapere da quale dei due sarebbe arrivato.

Poi tolsi di nuovo la mano.

Chiara rimase ferma.

Ma questa volta era evidente che stava aspettando che qualcuno di noi tornasse a toccarla.

«Che state facendo?» chiese infine.

Andrea si piegò appena verso di lei. «Ti dà fastidio?»

Chiara scosse la testa.

Lui esitò per una frazione di secondo.

Poi disse:

«Allora non chiedere.»

Il silenzio che seguì fu diverso da tutti quelli precedenti.

Sentii quasi il momento in cui Andrea si rese conto di quello che aveva appena detto.

Chiara avrebbe potuto ridere.

Aprire gli occhi.

Prenderlo in giro e riportare tutto sul terreno sicuro delle battute.

Non fece niente di tutto questo.

Rimase ferma.

Poi, piano:

«Va bene.»

Andrea guardò lei.

Io guardai Andrea.

Fino a pochi minuti prima pensavo di essere entrato in quella casa per scoprire cosa avrebbero voluto fare con me.

Adesso ero molto più curioso di capire cosa Andrea avesse appena scoperto di voler fare con lei.

**Continua in “Chiudi gli occhi”**
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